Giocattoli per maschi e giocattoli per femmine?

Tratto da “A piccoli passi” di Silvia Vegetti Finzi e Anna Maria Battistin

 

MASCHI E FEMMINE GIOCHI DIVERSI?

Quali sono i giocattoli preferiti dai bambini maschi? Esiste tuttora la tendenza a sceglierli in base a stereotipi sessuali: niente bambole per il maschietto, e niente soldatini o pistole per la bambina?

I giocattoli preferiti dai bambini sono quelli che danno più spazio alla loro libertà creativa: e quindi oggetti molto semplici che consentono di inventare di volta in volta il loro gioco, seguendo l’ispirazione del momento.

Si stancano subito invece dei giocattoli troppo complicati, dai congegni automatici, che “fanno tutto da soli” e tolgono il gusto di giocare. Senza dimenticare che al bambino bastano pochi giocattoli: se ne ha troppi, rischiano di diventare oggetti di facile consumo, usa e getta, ai quali non riesce ad affezionarsi. E che non stimolano la sua immaginazione.

Inutile quindi voler essere ultra moderni, seguendo ogni anno le nuove mode e subissando il bambino di giocattoli d’attualità: certo può fargli piacere anche il dinosauro o l’ultimo personaggio che lo appassiona nei cartoon televisivi. Ma i giocattoli ai quali il bambino si affeziona, che sente propri, sono quelli di sempre, senza tempo come l’infanzia: bambole e soldatini, strumenti musicali e teatrino dei burattini, pongo e pennarelli, pentolini e costruzioni, automobiline, aerei e trenini… da scegliere senza distinzione di sesso, perché no?

Perfino  il piccolo Goethe, nel Settecento, giocava con le sue pentoline e i suoi piattini, proprio come le bambine. E questo non lo ha certo reso effeminato, né gli ha impedito di diventare un grande poeta, se non un bravo cuoco… Eppure, ancora oggi è molto diffusa la tendenza a suddividere rigidamente i giocattoli in “maschili” e “femminili”, dimenticando che ai bambini almeno fino alla pubertà piace provare tutte le parti nel gioco: la mamma e il papà, l’uomo e la donna, la principessa e il guerriero.

È solo con la maturazione fisiologica verso i dodici, tredici anni, che si completa il mosaico dell’identità sessuale: prima, è come un puzzle dai pezzi sparsi, che ogni bambino prova a mettere insieme, seguendo i propri impulsi.

La limitazione dei giochi, secondo gli stereotipi sessuali più tradizionali, rappresenta una forma di censura che inibisce la piena espansione della personalità. Al contrario, lasciando che ciascuno giochi liberamente alla bambola come alla guerra, si evita di reprimere le componenti “femminili” nel maschio, come la tenerezza, e quelle “maschili” nelle femmine, come l’intraprendenza e la combattività.

Anche se si preferisce regalare alla bambina giocattoli che favoriscano lo sviluppo delle sue qualità più “femminili”, di solito non ci si preoccupa, quando la si vede impegnata in giochi “da maschiaccio”. Col bambino le cose cambiano: c’è davvero chi teme che diventi effeminato, se gioca alla bambola o alla “casa”.

Solo quando il bambino mostra una predilezione quasi esclusiva per questi giochi, si può pensare che abbia componenti “femminili” molto forti, forse predominanti su quelle considerate tradizionalmente “maschili”. Ma questo non significa che debba necessariamente diventare gay. La tenerezza, la do natività, il piacere di prendersi cura degli altri che il bambino esprime giocando alla bambola rivelano un tipo di sensibilità che può trovare in futuro il suo sbocco in scelte di vita che non riguardano affatto la sfera sessuale, ma quella professionale e sociale: sono infatti qualità indispensabili per essere un buon medico, un buon insegnante, uno psicologo, un buon assistente sociale e nella vita privata, anche un buon marito e un buon padre.

A maggior ragione è inutile preoccuparsi delle future scelte sessuali del figlio – che comunque riguardano lui soltanto- quando non mostra una vera predilezione per i giochi “femminili”, ma li alterna ad altri, più “maschili”, come avviene nella maggior parte dei casi. Anche i maschi, da piccoli, hanno una naturale tendenza a giocare alla bambola. E se non gliene si regala una, inventano il loro gioco con un pupazzo, un orsacchiotto: gli preparano la pappa, lo vestono, lo mettono a dormire, lo sgridano.

Se si osserva con attenzione il bambino, ci si accorgerà che ha un modo diverso di comportarsi rispetto alla bambina: con i suoi gesti meno avvolgenti, più rapidi, decisi,le sue parole dal tono più distaccato, sostenuto, divertito, il bambino rivela già un tipo di coinvolgimento più maschile, paterno, proprio come il papà rispetto alla mamma quando si occupa di lui. Lasciamolo quindi giocare alla bambola: imparerà così a esprimere anche la sua tenerezza, la sua sensibilità, la sua delicatezza, senza paura di sembrare una “femminuccia”.

Di solito sono i padri che si preoccupano nel vedere il figlio appassionarsi a giochi femminili, e magari travestirsi a volte da donna, e non solo da uomo, come piace fare a tutti i bambini. E spesso lo rimproverano, o lo prendono in giro:” ma cosa fai? Sembri proprio una femminuccia!”, come se il figlio si stesse dedicando a giochi bizzarri e pericolosi. Con quali riflessi sul bambino?

È questo timore eccessivo che invece dovrebbe preoccupare: con le sue ansie, le sue paure – spesso legate a conflitti inconsci riguardo alla propria quota di omosessualità latente – il padre rischia infatti di influenzare l’identità sessuale del figlio, molto più di qualsiasi gioco “femminile”. Esprimendo la sua disapprovazione, deridendolo, chiamandolo “femminuccia”, il padre tende a proiettare sul bambino le sue personali paure attribuendogli una identità sessuale ancora prematura, in una fase in cui è allo stato nascente, non strutturata né definita.

Elementi di omosessualità esistono sia nel maschio che nella femmina nel corso di tutta l’infanzia e permangono fino all’adolescenza, quando l’entità sessuale comincia a stabilizzarsi. Se il genitore li enuclea con i suoi commenti e li fissa sul figlio come un’etichetta, rischia davvero di condizionare il bambino, dando corpo alle sua ansie, alle sue paure: ognuno di noi in fondo costruisce la propria identità anche di riflesso, attraverso l’immagine che gli altri hanno di lui, le loro parole, i loro giudizi.

Meglio quindi lasciare liberi i bambini di esprimere le loro indicazioni, il loro temperamento nel gioco, scegliendo i giocattoli “senza distinzione di sesso”?

Secondo Freud, è l’anatomia che determina in gran parte il destino dell’individuo, perché produce un insieme di aspettative alle quali è difficile sottrarsi. Ma è piuttosto l’educazione, coi suoi condizionamenti familiari, sociali e culturali, spesso presenti anche nella scelta dei giocattoli, a confermare le caratteristiche “maschili” e “femminili”, fissate dalla tradizione magari in modo stereotipato.

Poco importa se ci sono bambine che nascono con un temperamento più combattivo e intraprendente di molti maschi: quasi senza accorgersene, si tende ancora ad indurle, anche attraverso il gioco, ad essere tenere, premurose, pazienti… Mentre ai bambini dall’indole molto più dolce, sensibile,delicata di tante bambine, si insegna ad essere più duri, più aggressivi, contrastando così le loro reali inclinazioni.

“Se si lasciasse un bambino libero di esprimere il suo temperamento indipendentemente dal sesso al quale appartiene, quante possibilità, quante attitudini, quante inclinazioni non andrebbero perdute!” scriveva ancora molte generazioni fa l’antropologa Margaret Mead. “Non si assisterebbe al continuo modellamento di un bambino secondo un’idea precisa di comportamento “adatto” al suo sesso. I modelli sarebbero infiniti. E ogni bambino potrebbe seguire le vie più congeniali alle sue doti, alle sue qualità”.